Se (Mi) Ascolto, Capisco

Sin dalla nascita i neonati comunicano attraverso modalità non verbali con cui i genitori sono chiamati a sintonizzarsi. Tra i segnali inclusi nel loro repertorio comunicativo, il pianto è di sicuro fra i principali. Un’esperienza comune a tutti i genitori infatti è quella del pianto irrefrenabile del neonato: in questi casi il caregiver deve imparare a decifrare accuratamente ciò che l’ha innescato, procedendo inizialmente per prove ed errori. Come prima cosa prova a scaldarlo con una coperta, ma il bambino la rifiuta con calci vigorosi e con un pianto più intenso; allora è la volta del ciuccio – pacifier in inglese, ad indicare la sua funzione rilassante – che in questo caso sembra aver smarrito le sue prerogative aumentando, invece, i decibel della protesta; infine, il genitore prova a prenderlo in braccio e a cullarlo ritmicamente, assistendo a una progressiva diminuzione dei suoi strepiti fino all’assopimento.
Questa sequenza illustra i passaggi con cui il genitore verifica l’esattezza delle sue intuizioni circa il pianto del figlio: riuscire ad essere un genitore premuroso e sensibile è in larga parte connesso all’accuratezza della comunicazione tra le due parti.

In casi più difficili, la comunicazione della diade può andare in corto circuito facendo saltare il sistema di cura. Il pianto incessante potrebbe mettere a nudo sentimenti di inadeguatezza del genitore nei confronti di un bisogno del bambino percepito come inappagabile.
Pensiamo ad un bambino che rifiuta ostinatamente di mangiare, serrando la bocca e girando la testa prima a destra e poi a sinistra per evitare il cucchiaino che la madre gli porge. In questa situazione la madre potrebbe scoraggiarsi al punto da non riuscire a immaginare strade alternative, per esempio cambiare alimento o regolarne la temperatura, ricorrendo invece a soluzioni autoritarie come alzare la voce (“Basta, mi hai stancato!”) o ripiegandosi in un desolato ritiro.
Adottare atteggiamenti autoritari o evitanti significa rinunciare all’ascolto del proprio bambino, mettendo in primo piano i propri e mal tollerati vissuti di frustrazione che spesso sono attribuiti all’altro. Se a prima vista infatti il disagio è dato dall’inappetenza del bambino, un’altra possibilità è che il campo sia saturo delle percezioni di scarsa autoefficacia del genitore. Se sentirsi un genitore incapace è troppo doloroso, allora si deve supporre che il desiderio di sentirsi un abile caregiver sia altrettanto importante.
In questo esempio, la tenace resistenza con cui il bambino si discosta dall’aspettativa materna, può essere fonte di frustrazione perché letto dal genitore stesso come misura della sua scarsa incisività. Rimanere intrappolati nel braccio di ferro tra la paura di sbagliare e il desiderio di competenza, non di rado può inibire il genitore nell’esplorazione del suo potenziale o farlo approdare a forme di rigido autoritarismo.

Sarebbe davvero importante farsi carico di queste emozioni e chiedersi:
Con quali modelli sociali di madre/padre mi confronto? Con quale modello interno di “genitore ideale”?
Quanta importanza attribuisco al giudizio degli altri sul mio modo di essere madre/padre?
Cosa succede dentro di me se mio figlio non mangia? Potrei sentirmi meno efficace come genitore?
Ho considerato anche i suoi bisogni? Potrebbe avere troppo sonno, magari un po’ di mal di pancia o sentirsi irrequieto?

Diventa decisivo assumersi la responsabilità dei propri vissuti senza spostarli all’esterno: questa consapevolezza aiuta a regolare le emozioni più intense come la rabbia, ponendosi come fattore di resilienza anche nel rapporto col bambino.

Sin dalla nascita i neonati comunicano attraverso modalità non verbali con cui i genitori sono chiamati a sintonizzarsi. Tra i segnali inclusi nel loro repertorio comunicativo, il pianto è di sicuro fra i principali. Un’esperienza comune a tutti i genitori infatti è quella del pianto irrefrenabile del neonato: in questi casi il caregiver deve imparare a decifrare accuratamente ciò che l’ha innescato, procedendo inizialmente per prove ed errori. Come prima cosa prova a scaldarlo con una coperta, ma il bambino la rifiuta con calci vigorosi e con un pianto più intenso; allora è la volta del ciuccio – pacifier in inglese, ad indicare la sua funzione rilassante – che in questo caso sembra aver smarrito le sue prerogative aumentando, invece, i decibel della protesta; infine, il genitore prova a prenderlo in braccio e a cullarlo ritmicamente, assistendo a una progressiva diminuzione dei suoi strepiti fino all’assopimento.
Questa sequenza illustra i passaggi con cui il genitore verifica l’esattezza delle sue intuizioni circa il pianto del figlio: riuscire ad essere un genitore premuroso e sensibile è in larga parte connesso all’accuratezza della comunicazione tra le due parti.

In casi più difficili, la comunicazione della diade può andare in corto circuito facendo saltare il sistema di cura. Il pianto incessante potrebbe mettere a nudo sentimenti di inadeguatezza del genitore nei confronti di un bisogno del bambino percepito come inappagabile.
Pensiamo ad un bambino che rifiuta ostinatamente di mangiare, serrando la bocca e girando la testa prima a destra e poi a sinistra per evitare il cucchiaino che la madre gli porge. In questa situazione la madre potrebbe scoraggiarsi al punto da non riuscire a immaginare strade alternative, per esempio cambiare alimento o regolarne la temperatura, ricorrendo invece a soluzioni autoritarie come alzare la voce (“Basta, mi hai stancato!”) o ripiegandosi in un desolato ritiro.
Adottare atteggiamenti autoritari o evitanti significa rinunciare all’ascolto del proprio bambino, mettendo in primo piano i propri e mal tollerati vissuti di frustrazione che spesso sono attribuiti all’altro. Se a prima vista infatti il disagio è dato dall’inappetenza del bambino, un’altra possibilità è che il campo sia saturo delle percezioni di scarsa autoefficacia del genitore. Se sentirsi un genitore incapace è troppo doloroso, allora si deve supporre che il desiderio di sentirsi un abile caregiver sia altrettanto importante.
In questo esempio, la tenace resistenza con cui il bambino si discosta dall’aspettativa materna, può essere fonte di frustrazione perché letto dal genitore stesso come misura della sua scarsa incisività. Rimanere intrappolati nel braccio di ferro tra la paura di sbagliare e il desiderio di competenza, non di rado può inibire il genitore nell’esplorazione del suo potenziale o farlo approdare a forme di rigido autoritarismo.

Sarebbe davvero importante farsi carico di queste emozioni e chiedersi:
Con quali modelli sociali di madre/padre mi confronto? Con quale modello interno di “genitore ideale”?
Quanta importanza attribuisco al giudizio degli altri sul mio modo di essere madre/padre?
Cosa succede dentro di me se mio figlio non mangia? Potrei sentirmi meno efficace come genitore?
Ho considerato anche i suoi bisogni? Potrebbe avere troppo sonno, magari un po’ di mal di pancia o sentirsi irrequieto?

Diventa decisivo assumersi la responsabilità dei propri vissuti senza spostarli all’esterno: questa consapevolezza aiuta a regolare le emozioni più intense come la rabbia, ponendosi come fattore di resilienza anche nel rapporto col bambino.