Attacchi di Panico

Cosa ci vogliono dire?

Un attacco di panico è un episodio improvviso di angoscia intensa che può sopraggiungere a “ciel sereno” o in una condizione di aspettativa ansiosa.  Per usare un’immagine è come se qualcuno spingesse la pedina di un domino innescando una catena di sintomi come tachicardia, dolore retrosternale, vertigini, tremori, sudorazione profusa, sensazione di  soffocamento e di distacco da sé o dalla realtà, che culminano nella paura di impazzire e di morire.

Nell’esperienza di panico è il corpo a parlare perché la mente non è in grado di pensare le emozioni che finiscono col tracimare in un’angoscia acuta e indefinita. L’intensità affettiva impedisce di descrivere con esattezza cosa succede in quei momenti che sono piuttosto pervasi dal non senso e da una percezione di impotenza prolungata nel tempo. Spesso infatti un episodio di panico lascia il segno sotto forma di angoscia anticipatoria collegata alla paura della paura, che porta a mettere in atto strategie preventive per evitare le situazioni e i luoghi che possono re-innescare l’attacco. In parallelo, su un piano psicologico, il soggetto ha inconsapevolmente evitato le emozioni per proteggersene. In un certo senso è come se egli vivesse, di base o in un particolare periodo della sua vita, in una condizione di tutto o nulla: o evita completamente le sue emozioni o ne viene sopraffatto.
Se ogni volta che acquistiamo qualcosa o accumuliamo oggetti, anziché ordinarli negli scaffali e sistemarli nei cassetti, li accatastassimo in soffitta, prima o poi il tetto della casa crollerebbe sotto il peso di quel caos. Nello stesso modo, se ogni volta che ci troviamo di fronte a una situazione emotivamente intensa, anziché affrontarla, la negassimo o minimizzassimo senza darle un significato, prima o poi rischieremmo di essere travolti dal peso di emozioni caotiche e in apparenza senza senso.

Esiste dunque un filo che unisce la non pensabilità dell’angoscia di una crisi di panico e la non pensabilità delle emozioni come atteggiamento di base del soggetto o circoscritto a particolari periodi. Pensare le emozioni significa attribuire loro un significato e non percepirle solo come eventi corporei. Si tratta di una vera e propria capacità e non di qualcosa di dato.
Così come i bambini imparano l’alfabeto per leggere e scrivere, nello stesso modo è necessario apprendere sin da piccoli un alfabeto emotivo per leggere le emozioni ed esprimerle in maniera efficace. Se con l’alfabetizzazione le parole non rimangono suoni, ma diventano i concetti a cui si riferiscono, con l’alfabetizzazione emotiva le emozioni non rimangono sensazioni corporee (come negli episodi di panico), ma acquisiscono il peso specifico del loro significato.

Il terreno per queste acquisizioni viene appunto preparato in epoca infantile quando i genitori fanno risuonare le emozioni del bambino assegnandovi un nome, quando contengono i suoi affetti ristabilendo un equilibrio, quando non misconoscono un sentimento troppo intenso, ma lo accolgono per modularlo con la comprensione. In assenza di tali capacità, il soggetto percepirà le situazioni emotivamente salienti della vita come prive di senso, sentendosi impotente  (“Se neanche i grandi sono in grado di fronteggiare l’evento…”) e presumibilmente le avvertirà solo come sensazioni somatiche.

Nonostante le crisi di panico siano esperienze totalizzanti che sembra faticoso risolvere o quantomeno alleviare, in realtà siamo potenzialmente attrezzati per vivere e gestire le nostre emozioni. Uno dei sintomi principali del panico, il distacco da sé, pone in risalto la scissione in cui si trova l’individuo in quei momenti: mentre una parte di sé vive una profonda e soverchiante alterazione psico-fisica, l’altra parte in qualche modo osserva quello che succede. Ed è come se quest’ultima parte fosse il bandolo da cui partire per riannodare i fili del non senso e recuperare un senso integrato e coeso di sé.

Un attacco di panico è un episodio improvviso di angoscia intensa che può sopraggiungere a “ciel sereno” o in una condizione di aspettativa ansiosa.  Per usare un’immagine è come se qualcuno spingesse la pedina di un domino innescando una catena di sintomi come tachicardia, dolore retrosternale, vertigini, tremori, sudorazione profusa, sensazione di  soffocamento e di distacco da sé o dalla realtà, che culminano nella paura di impazzire e di morire.

Nell’esperienza di panico è il corpo a parlare perché la mente non è in grado di pensare le emozioni che finiscono col tracimare in un’angoscia acuta e indefinita. L’intensità affettiva impedisce di descrivere con esattezza cosa succede in quei momenti che sono piuttosto pervasi dal non senso e da una percezione di impotenza prolungata nel tempo. Spesso infatti un episodio di panico lascia il segno sotto forma di angoscia anticipatoria collegata alla paura della paura, che porta a mettere in atto strategie preventive per evitare le situazioni e i luoghi che possono re-innescare l’attacco. In parallelo, su un piano psicologico, il soggetto ha inconsapevolmente evitato le emozioni per proteggersene. In un certo senso è come se egli vivesse, di base o in un particolare periodo della sua vita, in una condizione di tutto o nulla: o evita completamente le sue emozioni o ne viene sopraffatto.
Se ogni volta che acquistiamo qualcosa o accumuliamo oggetti, anziché ordinarli negli scaffali e sistemarli nei cassetti, li accatastassimo in soffitta, prima o poi il tetto della casa crollerebbe sotto il peso di quel caos. Nello stesso modo, se ogni volta che ci troviamo di fronte a una situazione emotivamente intensa, anziché affrontarla, la negassimo o minimizzassimo senza darle un significato, prima o poi rischieremmo di essere travolti dal peso di emozioni caotiche e in apparenza senza senso.

Esiste dunque un filo che unisce la non pensabilità dell’angoscia di una crisi di panico e la non pensabilità delle emozioni come atteggiamento di base del soggetto o circoscritto a particolari periodi. Pensare le emozioni significa attribuire loro un significato e non percepirle solo come eventi corporei. Si tratta di una vera e propria capacità e non di qualcosa di dato.
Così come i bambini imparano l’alfabeto per leggere e scrivere, nello stesso modo è necessario apprendere sin da piccoli un alfabeto emotivo per leggere le emozioni ed esprimerle in maniera efficace. Se con l’alfabetizzazione le parole non rimangono suoni, ma diventano i concetti a cui si riferiscono, con l’alfabetizzazione emotiva le emozioni non rimangono sensazioni corporee (come negli episodi di panico), ma acquisiscono il peso specifico del loro significato.

Il terreno per queste acquisizioni viene appunto preparato in epoca infantile quando i genitori fanno risuonare le emozioni del bambino assegnandovi un nome, quando contengono i suoi affetti ristabilendo un equilibrio, quando non misconoscono un sentimento troppo intenso, ma lo accolgono per modularlo con la comprensione. In assenza di tali capacità, il soggetto percepirà le situazioni emotivamente salienti della vita come prive di senso, sentendosi impotente  (“Se neanche i grandi sono in grado di fronteggiare l’evento…”) e presumibilmente le avvertirà solo come sensazioni somatiche.

Nonostante le crisi di panico siano esperienze totalizzanti che sembra faticoso risolvere o quantomeno alleviare, in realtà siamo potenzialmente attrezzati per vivere e gestire le nostre emozioni. Uno dei sintomi principali del panico, il distacco da sé, pone in risalto la scissione in cui si trova l’individuo in quei momenti: mentre una parte di sé vive una profonda e soverchiante alterazione psico-fisica, l’altra parte in qualche modo osserva quello che succede. Ed è come se quest’ultima parte fosse il bandolo da cui partire per riannodare i fili del non senso e recuperare un senso integrato e coeso di sé.