Quando la Bellezza Ha in Sé il Dolore

Perdere un genitore mentre lo si diventa

Penso alla vita come a una costante ricerca di adattamento, mai stabilmente raggiunto, che spinge a compiere delle necessarie metamorfosi per raggiungere sempre nuovi equilibri. Da un punto di vista clinico infatti, la psicopatologia consiste proprio nella stasi dell’essere che, incapace di divenire, rimane bloccato in modalità ripetitive e rigide di funzionamento che gli impediscono di accedere a nuovi e più gratificanti modi di vivere.

Se, da un lato, le metamorfosi tendono allo sviluppo della vita, dall’altro lasciano dietro di sé gli scheletri di forme precedenti di esistenza, come le cicale che quando maturano, in una sorta di rito d’iniziazione tribale, lasciano il loro involucro ninfale per incominciare a volare. La cosa particolare è che l’involucro ha sembianze tridimensionali e così perfettamente dettagliate che solo la trasparenza ne tradisce il vuoto all’interno. È proprio la somiglianza così spiccata tra vita e morte che le mette in una contingente simmetria. Anche nell’esperienza dell’attesa di un figlio vi è una controparte fatta di lutti, perlopiù simbolici.
Si diventa genitori lasciando gli scheletri spogliati delle proprie identità precedenti, “i come eravamo”; dopo il parto si deve necessariamente fare posto al bambino reale e abbandonare le proprie fantasie sul bambino immaginato; si deve, inoltre, elaborare la perdita di quei valori e di quegli atteggiamenti genitoriali che si desidera superare per far posto al proprio stile parentale.
In altri casi, il lutto nei confronti dei genitori ha tutta la cifra del reale. Nel caso della morte di un genitore mentre si aspetta un figlio, si verifica una paradossale contingenza di eventi in cui all’interruzione di un legame genitoriale corrisponde l’inizio di un altro. La morte di un genitore mentre si sta per diventare genitori, non è solo la perdita di un padre o di una madre reali, ma anche di tutta una serie di fantasie e di desideri che uniscono i legami del passato a quelli del futuro, dando un senso di continuità alle memorie familiari. Il lutto si impone come un fendente che scardina la linearità del tempo interno. Se da un lato la morte di una persona così significativa porta a un contatto anticipato con la propria morte e, nella condizione di neogenitore, con quella della vita appena nata, dall’altro lato, finisce col pietrificare il tempo in un presente asfittico che ripropone la perdita. Nel contesto della nascita, la morte di un genitore è vissuta dal figlio come una sofferenza profonda spesso attraversata anche dalla colpa. Non si tratta solo della colpa del sopravvissuto, ma di un sentimento aggravato dall’idea di poter essere felici nonostante la perdita che, a sua volta, di frequente genera rabbia intensa anche perché – inconsciamente – è letta come abbandono.

Quando l’esperienza della morte sta nella vita e non ne prende il posto, può tuttavia sollecitare, alternativamente al dolore, un grande attaccamento alla vita stessa. In questo modo il genitore perduto viene collocato nel mondo interno del figlio riemergendo, oltre che nei ricordi, anche nel proprio modo di essere genitore, per esempio attraverso rituali, abitudini o risposte emotive che affiorano spontaneamente con i propri bambini.

Penso alla vita come a una costante ricerca di adattamento, mai stabilmente raggiunto, che spinge a compiere delle necessarie metamorfosi per raggiungere sempre nuovi equilibri. Da un punto di vista clinico infatti, la psicopatologia consiste proprio nella stasi dell’essere che, incapace di divenire, rimane bloccato in modalità ripetitive e rigide di funzionamento che gli impediscono di accedere a nuovi e più gratificanti modi di vivere.

Se, da un lato, le metamorfosi tendono allo sviluppo della vita, dall’altro lasciano dietro di sé gli scheletri di forme precedenti di esistenza, come le cicale che quando maturano, in una sorta di rito d’iniziazione tribale, lasciano il loro involucro ninfale per incominciare a volare. La cosa particolare è che l’involucro ha sembianze tridimensionali e così perfettamente dettagliate che solo la trasparenza ne tradisce il vuoto all’interno. È proprio la somiglianza così spiccata tra vita e morte che le mette in una contingente simmetria. Anche nell’esperienza dell’attesa di un figlio vi è una controparte fatta di lutti, perlopiù simbolici.
Si diventa genitori lasciando gli scheletri spogliati delle proprie identità precedenti, “i come eravamo”; dopo il parto si deve necessariamente fare posto al bambino reale e abbandonare le proprie fantasie sul bambino immaginato; si deve, inoltre, elaborare la perdita di quei valori e di quegli atteggiamenti genitoriali che si desidera superare per far posto al proprio stile parentale.
In altri casi, il lutto nei confronti dei genitori ha tutta la cifra del reale. Nel caso della morte di un genitore mentre si aspetta un figlio, si verifica una paradossale contingenza di eventi in cui all’interruzione di un legame genitoriale corrisponde l’inizio di un altro. La morte di un genitore mentre si sta per diventare genitori, non è solo la perdita di un padre o di una madre reali, ma anche di tutta una serie di fantasie e di desideri che uniscono i legami del passato a quelli del futuro, dando un senso di continuità alle memorie familiari. Il lutto si impone come un fendente che scardina la linearità del tempo interno. Se da un lato la morte di una persona così significativa porta a un contatto anticipato con la propria morte e, nella condizione di neogenitore, con quella della vita appena nata, dall’altro lato, finisce col pietrificare il tempo in un presente asfittico che ripropone la perdita. Nel contesto della nascita, la morte di un genitore è vissuta dal figlio come una sofferenza profonda spesso attraversata anche dalla colpa. Non si tratta solo della colpa del sopravvissuto, ma di un sentimento aggravato dall’idea di poter essere felici nonostante la perdita che, a sua volta, di frequente genera rabbia intensa anche perché – inconsciamente – è letta come abbandono.

Quando l’esperienza della morte sta nella vita e non ne prende il posto, può tuttavia sollecitare, alternativamente al dolore, un grande attaccamento alla vita stessa. In questo modo il genitore perduto viene collocato nel mondo interno del figlio riemergendo, oltre che nei ricordi, anche nel proprio modo di essere genitore, per esempio attraverso rituali, abitudini o risposte emotive che affiorano spontaneamente con i propri bambini.