Nelle Terre Selvagge della Genitorialità

In epoca di rivoluzioni perlopiù identitarie, come tanti adolescenti, anch’io rimasi affascinata dal film di Sean Penn (e poi dal libro di Krakauer) Nelle terre selvagge. Come è noto, si tratta della storia vera di Chris McCandless, un giovane americano che dopo la laurea lascia la famiglia per intraprendere un viaggio in autostop verso la gelida Alaska. Come per McCandless il viaggio attraverso lande selvatiche si intreccia con uno interiore alla scoperta di aspetti di sé altrettanto non addomesticati, così anche il percorso attraverso la neo-genitorialità è fatto di paesaggi selvaggi – nel senso di non ancora abitati dai propri significati.

In senso letterale, per esempio, non è raro che durante le prime uscite col passeggino, si abbiano percezioni insolite di ciò che fino a poco prima si considerava familiare. Si scopre che nel parco del quartiere vi è un’area gioco fitta di altalene e basculanti d’ogni tipo; che nella libreria che si frequenta d’abitudine vi è una sezione con sedioline e tavolini sgargianti in cui dagli scaffali grondano letture illustrate; che nel supermercato in cui si fa la spesa il fine settimana vi sono reparti dissimulati di prodotti per l’infanzia; per non parlare dei punti vendita di puericultura ad ogni angolo della città. In un certo senso è come scoprire di aver convissuto fino a quel momento con una macchia cieca che dal proprio campo visivo si estendeva fino a un luogo inaspettato della propria mente.
Anche le persone si comportano in modo differente e a volte si avvicinano al passeggino con aria incuriosita. Ci sono anziani che chiedono il permesso di guardare il neonato da vicino con la tacita intesa di condividere le storie dei loro nipoti, altri che si sentono disillusi all’idea di poter un giorno diventare nonni. Alcune vecchiette elargiscono consigli, altre sorridono al ricordo di quando la loro vita era in gran parte fatta di pappe e pannolini da cambiare e ora di telefonate satellitari. Sfilano anche gli sguardi compassati di chi “i figli non fanno per me”, quelli indifferenti degli adolescenti impegnati in ben altri tipi di travagli e quelli di chi guarda con desiderio inconfessato. Passano gli sguardi chini dei genitori previdenti che escono con pesanti valigie anche per brevi passeggiate, ma anche quelli spensierati di chi viaggia leggero e non bada troppo all’imprevisto.

L’atto del ri-conoscersi nel nuovo ruolo parentale consiste, non tanto nell’essere genitore come assunzione di determinate funzioni e responsabilità, quanto nel sentirsi genitore come condizione sentimentale che si sviluppa seguendo itinerari individuali. In una certa misura questo riconoscimento passa anche attraverso lo sguardo dell’altro in quanto referente esterno al proprio divenire identitario. Tale sentire inizia spesso ad affacciarsi quando, durante le visite mediche di routine, il personale sanitario è solito chiamare “mamma” e “papà” i futuri genitori. Si può parlare in tal senso di un battesimo sociale a cui i neo-genitori partecipano con devota sollecitudine perché in fondo, come scoprì McCandless nel suo percorso in solitaria, la felicità è autentica solo se condivisa.

In epoca di rivoluzioni perlopiù identitarie, come tanti adolescenti, anch’io rimasi affascinata dal film di Sean Penn (e poi dal libro di Krakauer) Nelle terre selvagge. Come è noto, si tratta della storia vera di Chris McCandless, un giovane americano che dopo la laurea lascia la famiglia per intraprendere un viaggio in autostop verso la gelida Alaska. Come per McCandless il viaggio attraverso lande selvatiche si intreccia con uno interiore alla scoperta di aspetti di sé altrettanto non addomesticati, così anche il percorso attraverso la neo-genitorialità è fatto di paesaggi selvaggi – nel senso di non ancora abitati dai propri significati.

In senso letterale, per esempio, non è raro che durante le prime uscite col passeggino, si abbiano percezioni insolite di ciò che fino a poco prima si considerava familiare. Si scopre che nel parco del quartiere vi è un’area gioco fitta di altalene e basculanti d’ogni tipo; che nella libreria che si frequenta d’abitudine vi è una sezione con sedioline e tavolini sgargianti in cui dagli scaffali grondano letture illustrate; che nel supermercato in cui si fa la spesa il fine settimana vi sono reparti dissimulati di prodotti per l’infanzia; per non parlare dei punti vendita di puericultura ad ogni angolo della città. In un certo senso è come scoprire di aver convissuto fino a quel momento con una macchia cieca che dal proprio campo visivo si estendeva fino a un luogo inaspettato della propria mente.
Anche le persone si comportano in modo differente e a volte si avvicinano al passeggino con aria incuriosita. Ci sono anziani che chiedono il permesso di guardare il neonato da vicino con la tacita intesa di condividere le storie dei loro nipoti, altri che si sentono disillusi all’idea di poter un giorno diventare nonni. Alcune vecchiette elargiscono consigli, altre sorridono al ricordo di quando la loro vita era in gran parte fatta di pappe e pannolini da cambiare e ora di telefonate satellitari. Sfilano anche gli sguardi compassati di chi “i figli non fanno per me”, quelli indifferenti degli adolescenti impegnati in ben altri tipi di travagli e quelli di chi guarda con desiderio inconfessato. Passano gli sguardi chini dei genitori previdenti che escono con pesanti valigie anche per brevi passeggiate, ma anche quelli spensierati di chi viaggia leggero e non bada troppo all’imprevisto.

L’atto del ri-conoscersi nel nuovo ruolo parentale consiste, non tanto nell’essere genitore come assunzione di determinate funzioni e responsabilità, quanto nel sentirsi genitore come condizione sentimentale che si sviluppa seguendo itinerari individuali. In una certa misura questo riconoscimento passa anche attraverso lo sguardo dell’altro in quanto referente esterno al proprio divenire identitario. Tale sentire inizia spesso ad affacciarsi quando, durante le visite mediche di routine, il personale sanitario è solito chiamare “mamma” e “papà” i futuri genitori. Si può parlare in tal senso di un battesimo sociale a cui i neo-genitori partecipano con devota sollecitudine perché in fondo, come scoprì McCandless nel suo percorso in solitaria, la felicità è autentica solo se condivisa.