Le Emozioni Nascoste di un Nuovo Papà

Analisi di un sogno

G. è un giovane uomo che sta per diventare padre per la seconda volta e mi racconta questo sogno:

“Stavo passeggiando lungo il corso del mio paese natale affianco a mio padre che, come al solito, stava in silenzio, non parlava. Quando arriviamo alla fine della passeggiata noto che alla mia destra non c’era la solita strada, ma la piazza centrale del paese che nella realtà è situata all’inizio della via appena percorsa.

In un’altra scena del sogno ero impegnato in una lezione con i miei allievi. Apparentemente stavo seguendo il filo senza mai fermarmi, ma alla fine mi sono accorto che ho parlato di tutto senza affrontare il tema principale della lezione.”

Quando G. pensa ai possibili significati del sogno mi dice che, mentre per la prima parte non gli viene in mente niente, intuisce che la seconda può riferirsi alla paura, che ormai coltiva da qualche anno, che il suo lavoro possa sottrargli sempre più tempo, un tempo che invece vorrebbe dedicare alla sua grande passione: la scrittura. Scrivere per G. è una parte vitale e centrale della sua identità, che lo accompagna sin dall’adolescenza quando spendeva interi pomeriggi a comporre racconti e storie al posto di fare i compiti. Da quando ha iniziato a lavorare e ancor di più da quando è padre, trovare il tempo per scrivere è più complicato e spesso lamenta di non riuscire a seguire la sua ispirazione, interrotta tra i doveri familiari e le scadenze dell’insegnamento.

Seguendo le tracce che mi ha fornito, gli faccio notare che entrambi i sogni parlano di un “decentramento”: nel primo, la piazza centrale non occupa più la sua posizione originaria, ma è dislocata alla fine della via; nel secondo, la lezione è fatta di informazioni che come rette tangenti sfiorano il tema centrale, senza coglierlo davvero quindi lasciandolo ai margini. A bene vedere anche la figura del padre è decentrata dalla sua attenzione, ridotta a mero significante senza significato e, proprio per questo, per me particolarmente degna di interesse soprattutto in relazione al fatto che G. sarebbe ridiventato presto padre. Rimettendo in gioco il tema della paternità, che si rivela anche nel rapporto pseudo-filiale coi suoi alunni, G. ha un’epifania: forse è proprio vero che, nonostante non se lo dica mai apertamente, il suo diventare padre per la seconda volta, lo spaventa molto. Mentre a livello consapevole si dice che in fondo un secondo figlio non cambierà più di tanto le cose, la sua parte inconscia gli rivela che potrebbe non essere così.

Finora ci si è concentrati sulla paura, ma non dimentichiamoci il suo legame a doppio filo con il desiderio, sua parte speculare. Accanto alla paura del decentramento delle proprie passioni e delle proprie parti vitali, parlando con G. emerge con evidenza anche il suo desiderio di occupare un ruolo più centrale, meno periferico anche nel sistema familiare in cambiamento di cui fa parte. Forse G. si sta chiedendo se avrà le capacità necessarie per essere un buon padre anche nei confronti del nuovo bambino, in contrapposizione all’immagine dell’insegnante che ha perduto le sue capacità di mentore per i suoi allievi, e a quella del padre afasico che lo accompagna come un’ombra senza parlare. D’altra parte G. ha sempre desiderato più complicità e interessamento alla sua vita da parte di suo padre che, al contrario, ha sempre visto ricoprire un ruolo sfuocato.

Nel sogno G. ritorna alla sua infanzia, non a caso lo ambienta nel suo paese d’origine e, in particolare, nella piazzetta dove passava i pomeriggi da bambino, per poi prenderne le distanze posizionandola in un posto defilato. Un ritorno alle origini che gli serve anche per riconfrontarsi con l’immagine del proprio padre. Diventare padri in fondo non è un evento statico, ma un processo che richiede – anche nel caso di un secondo figlio – una rinegoziazione delle proprie immagini paterne, e in cui il volano della paura può portare a posizioni agli estremi. Si può avere paura di ricadere nello stereotipo del padre tutto casa e lavoro che ha cassato i sogni e le aspirazioni di gioventù. Si può temere di ripercorrere le orme del proprio padre reale senza riuscire a superare quelle parti viste come manchevoli e difettose. Oppure può essere ben chiaro quello a cui si desidera non assomigliare, ma non sapere a quali modelli ispirarsi come l’horror vacui dello scrittore che spesso attanaglia G. e che, talvolta, è alimentato al contrario da ideali irraggiungibili e quindi di per sé castranti, come può essere un ideale paterno di perfezione.

Se il linguaggio onirico propone le soluzioni agli estremi della paura, nello stesso tempo ci dimostra come nella fantasia si nasconda la realtà emotiva autentica di G., quella più riposta. Così la paternità, se letta nella sola ottica della paura, è vista come un sacrificio che sottrae il tempo alle proprie passioni e, in generale, alle parti vitali della propria personalità che si appiattiscono su un modello paterno predestinato della società o dalla propria storia familiare. Se accanto alle debite paure intendessimo l’atto generativo della paternità come un atto creativo, al pari di un sogno, potremmo intercettare anche la parte desiderativa che lo sottende. Per G. diventare padre significa deviare dalle aspettative culturali legati al genere (vuole essere un padre presente e affettuoso, non un aiutante della madre dei suoi figli), ma anche deviare dal copione del proprio padre (vuole essere un padre presente e espressivo, espressività che tra l’altro spera di trasporre anche ai suoi scritti). E che cos’è questo deviare, questo volgere altrove, questo allontanarsi da e cambiare direzione se non il significato etimologico della parola divertire?

G. è un giovane uomo che sta per diventare padre per la seconda volta e mi racconta questo sogno:

“Stavo passeggiando lungo il corso del mio paese natale affianco a mio padre che, come al solito, stava in silenzio, non parlava. Quando arriviamo alla fine della passeggiata noto che alla mia destra non c’era la solita strada, ma la piazza centrale del paese che nella realtà è situata all’inizio della via appena percorsa.

In un’altra scena del sogno ero impegnato in una lezione con i miei allievi. Apparentemente stavo seguendo il filo senza mai fermarmi, ma alla fine mi sono accorto che ho parlato di tutto senza affrontare il tema principale della lezione.”

Quando G. pensa ai possibili significati del sogno mi dice che, mentre per la prima parte non gli viene in mente niente, intuisce che la seconda può riferirsi alla paura, che ormai coltiva da qualche anno, che il suo lavoro possa sottrargli sempre più tempo, un tempo che invece vorrebbe dedicare alla sua grande passione: la scrittura. Scrivere per G. è una parte vitale e centrale della sua identità, che lo accompagna sin dall’adolescenza quando spendeva interi pomeriggi a comporre racconti e storie al posto di fare i compiti. Da quando ha iniziato a lavorare e ancor di più da quando è padre, trovare il tempo per scrivere è più complicato e spesso lamenta di non riuscire a seguire la sua ispirazione, interrotta tra i doveri familiari e le scadenze dell’insegnamento.

Seguendo le tracce che mi ha fornito, gli faccio notare che entrambi i sogni parlano di un “decentramento”: nel primo, la piazza centrale non occupa più la sua posizione originaria, ma è dislocata alla fine della via; nel secondo, la lezione è fatta di informazioni che come rette tangenti sfiorano il tema centrale, senza coglierlo davvero quindi lasciandolo ai margini. A bene vedere anche la figura del padre è decentrata dalla sua attenzione, ridotta a mero significante senza significato e, proprio per questo, per me particolarmente degna di interesse soprattutto in relazione al fatto che G. sarebbe ridiventato presto padre. Rimettendo in gioco il tema della paternità, che si rivela anche nel rapporto pseudo-filiale coi suoi alunni, G. ha un’epifania: forse è proprio vero che, nonostante non se lo dica mai apertamente, il suo diventare padre per la seconda volta, lo spaventa molto. Mentre a livello consapevole si dice che in fondo un secondo figlio non cambierà più di tanto le cose, la sua parte inconscia gli rivela che potrebbe non essere così.

Finora ci si è concentrati sulla paura, ma non dimentichiamoci il suo legame a doppio filo con il desiderio, sua parte speculare. Accanto alla paura del decentramento delle proprie passioni e delle proprie parti vitali, parlando con G. emerge con evidenza anche il suo desiderio di occupare un ruolo più centrale, meno periferico anche nel sistema familiare in cambiamento di cui fa parte. Forse G. si sta chiedendo se avrà le capacità necessarie per essere un buon padre anche nei confronti del nuovo bambino, in contrapposizione all’immagine dell’insegnante che ha perduto le sue capacità di mentore per i suoi allievi, e a quella del padre afasico che lo accompagna come un’ombra senza parlare. D’altra parte G. ha sempre desiderato più complicità e interessamento alla sua vita da parte di suo padre che, al contrario, ha sempre visto ricoprire un ruolo sfuocato.

Nel sogno G. ritorna alla sua infanzia, non a caso lo ambienta nel suo paese d’origine e, in particolare, nella piazzetta dove passava i pomeriggi da bambino, per poi prenderne le distanze posizionandola in un posto defilato. Un ritorno alle origini che gli serve anche per riconfrontarsi con l’immagine del proprio padre. Diventare padri in fondo non è un evento statico, ma un processo che richiede – anche nel caso di un secondo figlio – una rinegoziazione delle proprie immagini paterne, e in cui il volano della paura può portare a posizioni agli estremi. Si può avere paura di ricadere nello stereotipo del padre tutto casa e lavoro che ha cassato i sogni e le aspirazioni di gioventù. Si può temere di ripercorrere le orme del proprio padre reale senza riuscire a superare quelle parti viste come manchevoli e difettose. Oppure può essere ben chiaro quello a cui si desidera non assomigliare, ma non sapere a quali modelli ispirarsi come l’horror vacui dello scrittore che spesso attanaglia G. e che, talvolta, è alimentato al contrario da ideali irraggiungibili e quindi di per sé castranti, come può essere un ideale paterno di perfezione.

Se il linguaggio onirico propone le soluzioni agli estremi della paura, nello stesso tempo ci dimostra come nella fantasia si nasconda la realtà emotiva autentica di G., quella più riposta. Così la paternità, se letta nella sola ottica della paura, è vista come un sacrificio che sottrae il tempo alle proprie passioni e, in generale, alle parti vitali della propria personalità che si appiattiscono su un modello paterno predestinato della società o dalla propria storia familiare. Se accanto alle debite paure intendessimo l’atto generativo della paternità come un atto creativo, al pari di un sogno, potremmo intercettare anche la parte desiderativa che lo sottende. Per G. diventare padre significa deviare dalle aspettative culturali legati al genere (vuole essere un padre presente e affettuoso, non un aiutante della madre dei suoi figli), ma anche deviare dal copione del proprio padre (vuole essere un padre presente e espressivo, espressività che tra l’altro spera di trasporre anche ai suoi scritti). E che cos’è questo deviare, questo volgere altrove, questo allontanarsi da e cambiare direzione se non il significato etimologico della parola divertire?